I GIORNI FELICI DI BOB WILSON, FRA GESTO E COLORE: UN QUADRO PER BECKETT

Una claustrofobica leggerezza. Giorni felici rappresenta uno dei momenti più significativi del teatro beckettiano. Metafora della miseria umana, dell’incapacità e impossibilità di comunicazione tra gli individui, tra il femminile e il maschile, racconta di Winnie e Willie, prototipo emblematico della coppia piccolo borghese che si avvicina all’età della vecchiaia. La coppia  abita uno scenario apocalittico, quasi un “day after”, un non luogo di solitudini in cui una natura ormai morta costringe Winnie a vivere  semisepolta e man mano inghiottita da una montagna di asfalto. Suo marito, invece, vive in una stretta caverna della stessa montagna in cui si può solo strisciare: i due sono solo apparentemente insieme, non riescono neanche a vedersi. Winnie ha inoltre un legame assolutamente malato con una serie di oggetti quotidiani che la consolano e la soffocano al tempo stesso. In questa situazione di potente paralisi esistenziale e fisica, grazie alla sapiente regia di Wilson, la staticità diventa azione, attraverso la costruzione di centinaia di fotogrammi che mantengono alta la tensione e lo stupore dello spettatore. Per tutto lo spettacolo arriva fortissimo il senso del movimento interiore e reale dei pensieri, dei volti, della voce dei personaggi, della presenza di oggetti che diventano vere e proprie entità, presenze anch’esse dinamiche. Il senso del movimento è il risultato dato dall’ intensa interpretazione e, citando Wilson,  dagli “enormi occhi  che sono sempre in ascolto”  di Adriana Asti, dalla qualità e maestria nell’esecuzione di una scelta gestuale estremamente curata e puntuale, dall’incredibile modulazione vocale dei 2 attori, interpreti impeccabili e vibranti (Willie è interpretato da Yann de Graval). Magnifica la scenografia: il contrasto tra la massa scura, quasi sempre in controluce della montagna-prigione di Winnie maestosa e immobile, e la magnifica architettura del piano luci che sorprendono ad ogni respiro, suono, sussurro, interagendo con gli attori e costruendo una sequenza di infiniti quadri sensoriali grotteschi, ironici, comici, tragici. Il trucco, mixato sapientemente con le luci, amplifica i volti, come maschere grottesche, illuminati da una luce abbacinante che si staglia sui colori tenui e delicati dello sfondo. Tutto il resto è scuro, è nero, è maledetto: Winnie, però, continua ad affermare che il suo giorno è felice, mentre il pubblico percepisce una densa angoscia   che pervade tutto il testo, sottile e penetrante come la riga di sangue vermiglio  disegnata al centro del cranio vuoto e sfondato di Willie. Lo spettacolo è raffinato, leggero, tragicamente comico, pulito e respira come il vento che soffia potente su un  drappo bianco. Come la prima emozione dei sensi con cui Wilson apre i due atti di Beckett. (Francesca Cenciarelli)